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Dove finiscono i messaggi dei tuoi clienti

I tre punti in cui una richiesta si perde — il telefono di un collega, la casella condivisa, la telefonata che nessuno annota — e le abitudini che li chiudono.

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Un cliente scrive di sera: «allora, confermiamo per giovedì?». Il messaggio arriva sul telefono personale di chi lo segue, che il giorno dopo è in cantiere e lo apre alle sette di sera. Il cliente, nel frattempo, ha chiesto a qualcun altro.

Non è colpa di nessuno, ed è il motivo per cui non si risolve da solo. Nessuno ha sbagliato una procedura: la procedura non c’era. Ed è il modo più silenzioso di perdere lavoro, perché non lascia tracce. Una trattativa persa sul prezzo la sai; una richiesta a cui non hai risposto no.

I tre punti in cui si perde

Il telefono personale. È il caso più comune e il più difficile da toccare, perché funziona: il cliente ha il numero del suo referente e scrive a lui. Il problema si vede solo quando quella persona non c’è. In ferie, in malattia, in un altro lavoro. La conversazione non è dell’azienda, è sua, e quando se ne va se la porta dietro insieme al rapporto di fiducia che l’ha costruita.

La casella condivisa dell’ufficio. Ci scrivono tutti e risponde chi la apre per primo. Sembra il contrario del problema di prima, e invece è lo stesso visto da dietro: nessuno sa che cosa è stato risposto. Il cliente riceve due risposte diverse dalla stessa azienda a due giorni di distanza, oppure nessuna, perché ognuno ha creduto che rispondesse l’altro.

La telefonata che nessuno annota. Questa è la peggiore, perché non lascia nemmeno un file da cercare. Il cliente ha chiesto uno sconto al telefono, gli è stato detto «vediamo», e tre settimane dopo qualcun altro gli fa un preventivo a prezzo pieno. Il cliente non ripete la domanda: se ne va pensando di aver capito la risposta.

La regola che tiene insieme tutto

Nelle aziende dove questo problema è risolto la regola è una sola, ed è brutale nella sua semplicità: se non è scritto in un posto che vedono anche gli altri, non è successo.

Non è una regola sulla tecnologia, è una regola sul lavoro. Puoi applicarla anche su un quaderno, se il quaderno sta sul bancone e lo leggono tutti. Quello che serve non è un programma: è che la storia di un cliente abbia un posto solo, e che quel posto non sia la memoria di una persona.

Quattro abitudini che la rendono praticabile

  1. Comincia la giornata dai messaggi in attesa, non dalle email interne. Chi ha scritto ieri sera e non ha ancora risposta è la cosa più urgente che hai, ed è anche quella che nessuno ti mette in agenda.
  2. Dopo ogni telefonata che conta, scrivi due righe di esito. Non un verbale: «richiamare giovedì», «vuole solo la parte base», «ha chiesto uno sconto, gli ho detto che verifico». Trenta secondi che valgono tre settimane.
  3. Usa un numero aziendale, non il tuo. È il passaggio che costa più fatica politica e che restituisce di più: il giorno in cui una persona cambia lavoro, i clienti restano raggiungibili.
  4. Ogni persona il suo accesso. L’account condiviso sembra comodo per due settimane e poi toglie l’unica informazione che serve davvero quando qualcosa va storto: chi ha risposto che cosa, e quando.

Una cosa che conviene sapere prima su WhatsApp

Molte piccole imprese scoprono tardi che WhatsApp non è un’email. Se il cliente ti ha scritto, per ventiquattro ore gli rispondi come vuoi. Passata quella finestra, per riaprire la conversazione servono modelli di messaggio approvati in anticipo: non è una limitazione del programma che usi, è una regola di WhatsApp, e vale per chiunque.

Il motivo per cui vale la pena saperlo prima è pratico: i modelli che ti serviranno — la conferma di un appuntamento, l’invio di un’offerta, il promemoria di una scadenza — si preparano una volta sola, ma l’approvazione richiede tempo che non dipende da te. Se scopri di averne bisogno il giorno in cui ti serve, quel giorno non ce l’hai.

Il conto che nessuno fa

Prova a contare, per un mese, le richieste a cui nessuno ha risposto entro la giornata. Non serve un programma: basta segnarle. Quasi sempre il numero è più alto di quello che chiunque avrebbe scommesso, e quasi sempre non è un problema di persone, ma di posti.

Le tre falle qui sopra si chiudono nell’ordine in cui costano: prima i messaggi, poi le telefonate, poi le email. E si chiudono con un’abitudine per volta, non con un progetto di sei mesi.

Questo problema, nella tua azienda, che forma ha?

Ce lo racconti e ti facciamo vedere come si affronterebbe sui tuoi clienti veri, non su un esempio.

Oppure scrivici a info@krexia.it.